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Benessere •

Perchè non riesco a cambiare?

Il paradosso della volontà di cambiare e l’arte di fare spazio

C’è una domanda che ritorna spesso, nelle persone che stanno male.

“Voglio cambiare. Ci provo. Ma non ci riesco. Perché?”

È una domanda che sembra semplice. Ma dentro è come se ci fosse una credenza radicata: il cambiamento è qualcosa che si conquista, che si controlla, che dipende da quello che fai.

E quando non arriva, la conclusione è automatica: ho sbagliato qualcosa. Non mi sono impegnato abbastanza. Sono fatto così.

Ma se quella premessa fosse il problema?


Un fiume che non si ferma mai

Niente è fisso. Niente è permanente. Il cambiamento non è un’eccezione alla vita, è la struttura della vita stessa.

Il corpo cambia. I pensieri cambiano. Le emozioni cambiano. Anche mentre leggi queste righe, qualcosa si muove. Siamo processi, non statue. Flussi in movimento costante, anche quando abbiamo la sensazione di essere fermi.

Eraclito lo aveva capito venticinque secoli fa, con una frase che sembra un gioco di parole e invece è una delle osservazioni più precise che la filosofia abbia mai prodotto: non ci si bagna due volte nello stesso fiume. Non perché l’acqua sia cambiata, anche se è cambiata, anche se quella precisa molecola è già altrove, già mare, già nuvola. Ma perché sei cambiato tu, il fiume scorre. Tu scorri, tutto scorre, sempre.

Eppure viviamo come se fosse il contrario. Come se il cambiamento fosse qualcosa di esterno da portare dentro a forza. Come se, senza spingere, non succedesse niente.

Ed è qui, in questa convinzione, che nasce il paradosso.


La trappola della volontà

Più ci concentriamo sul cambiare, più fissiamo lo sguardo su ciò che non siamo ancora. Su quello che manca. Su quello che non funziona. E in quel fissare, perdiamo di vista ciò che c’è.

Le emozioni scomode, le resistenze, il dolore,  tutto quello che vorremmo trasformare, non sparisce perché lo ignoriamo o lo combattiamo. Si irrigidisce. Si fa più compatto, più sordo, più difficile da attraversare. La pressione non scioglie niente ma comprime.

Quando trasformi il cambiamento in un progetto da portare a termine, in una prova da superare, ti metti sotto una pressione enorme. Il cambiamento forzato non libera, irrigidisce.

Sentiamo prima, capiamo dopo.

Le emozioni non sono scelte. Il corpo reagisce prima che la mente abbia il tempo di valutare. La sensazione arriva prima della parola che la nomina, prima del pensiero che la interpreta. Sentiamo prima. Capiamo dopo. E questo non è un difetto del sistema, è il sistema. Le emozioni orientano, segnalano, preparano il corpo ad agire. Senza di loro, come ha mostrato il neuroscienziato Antonio Damasio studiando pazienti con danni alle aree cerebrali che le processano, non diventiamo più razionali. Diventiamo incapaci di decidere.

Questo cambia tutto: significa che chiedersi “perché mi sento così?” come se la risposta dipendesse da una mancanza di volontà, ed è sbagliato. Non ti senti ansiosa perché sei debole. Non ti arrabbi perché sei sbagliata. Quelle emozioni arrivano perché il tuo sistema nervoso sta elaborando qualcosa.

Non le hai scelte, non puoi spegnerle a comando. Quello che puoi fare è qualcosa di diverso.

Lo spazio.

Tra quello che senti e quello che fai dopo, c’è uno spazio.

Piccolo, a volte sottilissimo. Ma esiste. Tra la fitta allo stomaco e la risposta che mandi. Tra la rabbia e le parole che usi. Tra il pensiero “non ce la faccio” e la scelta su cosa farne. In quello spazio non devi essere diversa da come sei. Non devi avere già risolto niente. Devi solo fermarti, un momento, prima di reagire in automatico.

Viktor Frankl arrivò a questa osservazione nel posto più improbabile: i campi di sterminio nazisti, dove aveva perso la moglie, i genitori, il fratello, tutto. Da quell’abisso scrisse una frase che non smette mai di colpirmi: “Tra stimolo e risposta c’è uno spazio. In quello spazio sta la nostra libertà.”

Non sempre è facile trovarlo. Non sempre è facile usarlo. Ma ogni volta che lo riconosci, ogni volta che ti fermi anche solo un momento prima di reagire in automatico, stai già esercitando qualcosa di fondamentale: stai facendo spazio e ti stai permettendo di sentire.

Stare con quello che c’è.

C’è una differenza sottile ma decisiva tra combattere quello che senti e lasciarlo esistere.

Quando combattiamo un’emozione, quando la respingiamo, quando cerchiamo di eliminarla o di non sentirla, le diamo paradossalmente più potere. È come stringere la sabbia nel pugno: più stringi, più scivola via in modo caotico. L’emozione che non viene vista non scompare, torna. Spesso più forte di prima, spesso nel momento meno opportuno.

Fare spazio significa qualcosa di diverso. Significa accorgersi. “Ah, sto sentendo questo.” Vedere l’emozione senza diventare l’emozione. Lasciarla esistere senza esserne travolti. Non giudicarla. Non correggerla. Solo lasciarla stare.

Jon Kabat-Zinn, che ha dedicato la vita a portare la meditazione dentro la medicina occidentale, usa un’immagine che trovo sempre giusta: i pensieri e le emozioni sono onde. Tu sei l’oceano. Le onde non ti definiscono. Passano, ma passano solo se le lasci passare.

Quando permettiamo a quello che c’è di esistere che quello può cambiare. 

Riferimenti bibliografici

Antonio Damasio — L’errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano (1994). Adelphi.

Viktor Frankl — Uno psicologo nei lager (1946). Ares.

Jon Kabat-Zinn — Dovunque tu vada, ci sei già (1994). Tea.

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